lunedì 9 giugno 2008

Flusso di coscienza...

Ci sono giorni in cui non riesci a trovare la giusta concentrazione per lo studio e decidi che è il momento di una pausa.Ma altro che!Cominciano a balenarti mille pensieri nella testa e non riesci a fermarli...e riaffora in te quella nostalgia di casa che hai avvertito per tanto tempo e che eri riuscita a placare solo perchè la tua testa era occupata dagli innumerevoli vetrini di istologia...Oggi è uno di quei giorni.Uno di quei giorni in cui pensi di "armarti e partire".Uno di quei giorni in cui ti soffermi a riflettere e ti chiedi se ne vale veramente la pena.E' difficile.La nostalgia della tua famiglia, la nostalgia dei tuoi amici, la nostalgia di tutto quello che era tuo e da cui ora ti senti estraniata è viva.Ma se sono qui -mi dico-è per un giusto motivo.E non posso che lottare, con tutte le mie forze per una passione, per un obiettivo, per un sogno.

sabato 7 giugno 2008

Compito 9

Le parole chiave…

I = imparare
N = novità
F = Formiconi
O = opinioni
R = rispetto
M = ”mio blog”
A = autenticità
T = tentativi
I = individualità
C = confronto
A = atipicità

Ed eccomi qua, alle prese con il compito 9 (se di compito si può parlare!)…
Che strano questo corso di informatica!
Strano perché completamente divergente da quella che era la mia idea di “fare informatica”; strano perché nonostante fossi una frana nell’uso del pc , decisi di tentare l’impresa e ora sono qui, a scrivere sul “mio blog” . Non nascondo che all’inizio ho trovato un po’ di difficoltà; certo sarebbe stato più semplice avere “le istruzioni” per portare a termine tutti i compiti, ma poi sono entrata nel meccanismo del “sapersela cavare” ed è stata proprio questa ricerca individuale del problem solving, insieme alla gratificazione per ogni piccolo successo (che soddisfazione essere riuscita ad inserire l’iPod sul blog!) che mi hanno rapita. Poi credo che non ci sia modo migliore di imparare attraverso l’esperienza diretta:”Si va per tentativi”-mi disse una volta il prof. Formiconi. E proprio adottando questa didattica- o forse si potrebbe parlare di tattica? - sono riuscita a scoprire tante cose di cui prima ignoravo l’esistenza.
E che dire dei temi affrontati? Tutti temi vivissimi e che ci riguardano da vicino. Temi su cui ci è stata data la possibilità di soffermarci a riflettere, nella piena libertà di pensiero e nel rispetto delle opinioni degli altri. Temi che hanno soddisfatto la nostra necessità di confronto, quel confronto che ci aiuta a conoscere gli altri.
Ma l’autenticità di questo corso di informatica non sta solo nell’atipicità del metodo di insegnamento, quanto nell’ “esortazione all’individualità”: l’individualità con la quale ognuno di noi si è approcciato a questa novità; l’individualità con la quale ognuno di noi ha realizzato il proprio blog, l’individualità con la quale ognuno di noi è riuscito ad esprimersi. Essendo semplicemente sé stesso.

domenica 1 giugno 2008

Compito 8

I have a dream.


Benedetto De Bernard, illustre insegnante di biochimica, durante i 40 anni spartiti tra la cattedra e la corsia ha maturato l’esigenza sempre più urgente di un rinnovamento del sistema didattico nell’ambito della facoltà di medicina soffermandosi, in particolar modo, sulla riorganizzazione dei rapporti strutturali tra preside-docente, docente-discente e futuro medico-paziente.De Bernard sostiene che il docente non debba essere un semplice detentore del sapere della “propria” disciplina, ma un individuo capace di amare la propria materia e soprattutto capace di trasmettere la propria passione ai suoi allievi.Si tratta di una capacità che non ha nulla a che vedere con la preparazione e l’erudizione nella e della materia, che ben inteso dev’essere una proprietà irrinunciabile, ma di una capacità senza pretese, una capacità che possa creare nei futuri medici delle aspettative di dedizione al proprio lavoro e di umiltà nell’approcciarsi ad esso.Chi deve valutare i soggetti cui appartiene tale qualità empatica è il preside.Il preside è chiamato necessariamente alla conoscenza dei pregi e dei difetti dei componenti della sua “equipe” affinché possa creare un percorso didattico in cui ogni passo è maturato tenendo conto delle esigenze degli allievi.E che dire del rapporto docente–discente?Non si tratta di un semplice “rapporto professionale”, ma di un forte legame emozionale.De Bernard associa la facoltà medica all’immagine del tempio: così come il massimo sacerdote guida i fedeli nell’adorazione dell’oggetto di culto, il docente, attraverso l’arte divinatoria dell’empatia, guida la preparazione dei suoi allievi, di coloro che un domani entreranno in contatto con il malato.Si tratta di detentori di un sapere in una mente ben fatta, anziché ben piena per dirla con Morin.E allora bisognerebbe abbandonare la concezione della disciplina medica come materia clinica e scientifica socialmente sterile.La medicina è in primis una scienza sociale.Laddove per scienza sociale si intende la relazione tra quello che viene imparato e il modo in cui viene esercitato in rapporto agli altri, in particolare ai pazienti. Ma qual è il prototipo ideale di medico a cui si dovrebbe aspirare? Sicuramente un medico preparato e competente, ma immancabilmente attento alle esigenze del paziente. Un medico che non curi solo il corpo, ma soprattutto la mente: mai dimenticare che chi soffre nel corpo, soffre prima di tutto nell’anima.Il medico non è un automa: non è colui che applica fedelmente ciò che ha imparato durante il suo corso di studi; non è colui che di fronte ad un paziente sofferente si limita alla diagnosi della malattia e alla sua cura farmacologia; non è colui per cui il paziente è chi beneficia del suo lavoro.Il medico è colui che fa trapelare, nell’attenzione dei suoi gesti, la dedizione alla sua professione e soprattutto l’umiltà e l’umanità con cui la esercita.E proprio l’umanità deve essere alla base del rapporto di fiducia e di confidenza che si instaura (o meglio dire dovrebbe instaurarsi) tra il medico e il suo paziente perché solo così il medico potrà “scendere dal piedistallo” e abbandonare la freddezza e il distacco con cui si approccia al malato.Il malato deve potersi affidare completamente al suo medico.Le conoscenze acquisite diventano poco produttive se alla base manca il modo in cui impiegarle.Fondamentale è a questo proposito l’ambiente in cui viene formato il futuro medico perché l’umanità con cui il medico deve proporsi al suo paziente è la stessa che il docente deve dimostrare al suo allievo.E la passione con cui il medico deve esercitare la sua professione è la stessa con cui il docente deve spiegare la sua materia.Siamo stufi di assistere a lezioni noiose, e pertanto interminabili, ma non per via dell’argomento affrontato, quanto per la modalità di esposizione.Solo concetti.Ci vengono propinati solo concetti.Alla base l’incapacità del docente di “condividere” la passione per la propria disciplina con i suoi allievi, la mancata attenzione alle esigenze degli allievi, l’assenza di un’esperienza diretta, in corsia e a contatto con il paziente, sin dall’inizio. E’ necessaria, quindi, una svolta verso una “medicina dinamica”.Crescere nell’ambiente fin da subito significa appropriarsi di quella dimensione del saper fare e sviluppare quell’empatia che dovrebbero essere propri di un futuro medico.

venerdì 30 maggio 2008

Quando fai l'università...

Quando fai l'università, le superiori sembrano così lontane.
Quando fai l'università, ti accorgi che prima non avevi visto niente.
Quando fai l'università, ti senti grande, quando la finisci ti senti già un po' vecchio.
Quando arrivi all'università ti senti spaesato, ma dopo due giorni già organizzi una cena.
Quando fai l'università, mordi la tua prima vera libertà, sei indipendente per cinque giorni a settimana.
Quando fai l'università, devi imparare a cucinare, impari a lavare piatti e cominci a bere caffè.
Quando fai l'università, i piatti nel lavandino superano la tua altezza.
Quando fai l'università, la nutella finisce prima che sia notte e guarda caso non se l'è mangiata nessuno.
Quando fai l'università, fumi il doppio di prima.
Quando fai l'università, cominci a comprare il drum.
Quando fai l'università, in casa hai 16 portacenerei rubati, ma non ne trovi mai nemmeno uno.
Quando fai l'università, tutti usano la carta igienica e nessuno la ricompra.
Quando fai l'università, nel bagno puoi trovare anche tovaglioli e scottex.
Quando fai l'università, ogni bottiglia stappata in una cena, viene riempita di firme, e non la butti più.
Quando fai l'università, casa tua è casa di tutti.
Quando fai l'università, c'è sempre un pò più di pasta per chi si ferma a pranzo o a cena.
Quando fai l'università, c'è sempre una festa da organizzare.
Quando fai l'università, il frigo ha confini precisi, anche se è triste.
Quando fai l'università, la sambuca non manca mai.
Quando fai l'università, non esistono più muri bianchi.
Quando fai l'università, ogni inquilino compra un calendario.
Quando fai l'università, non parli più piano, alzi il volume della tv.
Quando fai l'università, in cucina punti alla quantità, non alla qualità.
Quando fai l'università, tutti sono cuochi ma nessuno sa lavare i piatti.
Quando fai l'università, il tg1 è troppo serio, studio aperto è troppo idiota, ma 'studiosport' è perfetto.
Quando fai l'università, i simpson fanno ridere di più, perchè non li guardi mai da solo/a.
Quando fai l'università, alle 16,00 ancora stai guardando 'Uomini e donne'.
Quando fai l'università, è meglio avere 2 bagni.
Quando fai l'università, e c'è un solo bagno, può capitare che mentre uno si lava i denti, uno si fa la doccia, un'altro sta sulla tazza, un'altro si asciuga i capelli,e fuori c'è chi aspetta il suo turno.
Quando fai l'università, la sera non hai mai sonno, ma la mattina arriva dopo 4 ore.
Quando fai l'università, vedi anche i film in terza serata.
Quando fai l'università, la mattina è dura e se non si alza il tuo compagno di stanza, tu rimani a letto per solidarietà; se hai una singola è la fine.
Quando fai l'università, se la mattina vai a lezione dopo aver fatto serata, vuol dire che a lezione c'è una/o che ti piace.
Quando fai l'università, se tutti in casa stanno studiando, studi anche tu.
Quando fai l'università, e il pomeriggio non hai voglia di studiare, ti metti a ripulire la tua camera, per ammorbidire i sensi di colpa e la tua camera luccica.
Quando fai l'università, non hai mai un soldo per niente, ma per l'aperitivo si... è incredibile!
Quando fai l'università, è altamente consigliato non avere la playstation.
Se fai l'università, e sei al secondo anno fuoricorso, hai la playstation.
Quando fai l'università, i termosifoni sembrano gratuiti, ma quando arriva la bolletta guarda caso nessuno si era scordato di spegnerli.
Quando fai l'università, il venerdì prepari il pranzo Svuota-frigo (Pasta,
tonno e mais,probabilmente).
Quando fai l'università, e hai una chitarra, 2 canzoni su 10 sono di Ligabue e Vasco, una dei Nirvana, una di Bob Marley e una dei Green Day.
Quando fai l'università, e hai una chitarra non c'è mai un lui o una lei che ti sta ascoltando e se ti chiede di dedicargli/le una canzone, la sera prima avevi stuccato 2 corde perchè eri troppo ubriaco per suonare.
Quando fai l'università, e hai finito le lezioni, purtroppo devi finire di studiare a casa.
Quando fai l'università, ti sembra che non finirà mai, o almeno cosi vorresti.
Quando fai l'università, conosci un sacco di persone e quando finisci l'università non fare l'errore di scordarti di loro.
Se fai o hai fatto l'università, hai qualcuno che ti permette o ti ha permesso di farlo e sei fortunato, non approfittartene, rigrazialo.

Omaggio alla mia terra...

Questa è una della canzoni che più mi ricorda la mia terra.
E' la colonna sonora delle notti insonni trascorse con gli amici.
E' il motivo più strimpellato dalle chitarre durante i campeggi estivi.
E' una delle più belle canzoni della musica popolare meridionale.
Ma è soprattutto storia:la più famosa canzone del gruppo Musicanova è, infatti, l'inno contro la guerra scatenata dai piemontesi contro il Meridione subito dopo l'unità d'Italia, una delle principali cause dell'impoverimento di tutto il Sud. Una tragedia che è stata consegnata ai libri di storia come "brigantaggio"; ma si sa bene che la storia la fanno sempre e solo i vincitori.


Brigante se more
E mo cantammo 'sta nova canzone,
tutta la gente se l'adda 'mpara.
Nun ce ne fotte d'o re Burbone
ma 'a terra 'a nostra e nun s'adda tucca.
Tutte e paise d'a Basilicata
se so scetati e vonno luttà,
pure 'a Calabria mo s'è arrevotata
e stu nemico 'o facimmo tremmà.
Chi a visto o lupo e s'è miso paura,
nun sape buono qual'è verità.
O vero lupo ca magna 'e creature
e 'o piemontese c'avimma caccià.
Femmene belle ca date lu core,
si lu brigante vulite salvà;
nun 'o cercate scurdateve 'o nome;
cai ce fà guerra nun tene pietà.
Omo se nasce, brigante se more,
ma fino all'ultimo avimma sparà.
E se murimmo menate nu fiore
e na bestemmia pe' 'sta libertà.



giovedì 29 maggio 2008

Non ci posso credere!

Pensavate che avessi abbandonato l'avventura?E invece no, ci sono ancora.Purtroppo un guasto al pc mi ha reso impossibile l'aggiornamento del blog (e non solo!) e per questo ritorno a scriverci dopo circa un mese dall'ultimo post (un pò troppo, eh!?).Ora devo recuperare, devo assolutamente recuperare.Esattamente due settimana fa ero in viaggio.Nonostante la scarsa ergonomicità dell'autobus, ero pronta ad affrontare ben 10 ore di viaggio per far ritorno, anche se solo per qualche giorno, nella mia bellissima terra:la Basilicata!Si, avete capito bene!Sono ben 10 le ore che mi separano dalla mia famiglia!Interminabili?...Non è detto!In fondo sono 10 ore che puoi dedicare completamente a te stessa : alla lettura del libro che hai da giorni sul comodino e che non riesci a terminare; all'ascolto dell'ultimo disco del tuo cantante preferito (e ascoltarlo tutto di seguito è difficile se non si ha così tanto tempo a disposizione!) e se sei fortunato, ti si siede accanto un simpaticone e tra due chiacchiere e due risate il tempo vola.Ma questa volta, la signora che mi era seduta davanti ha deciso di voler condividere le "sue" 10 ore con me, senza che glielo chiedessi.E' bastato un "Signora, per cortesia, potrebbe alzare lo schienale del sedile?" per accendere il battibecco.Non che sia un' attaccabrighe, ma la signora (se così si può chiamare!) ha davvero esagerato!Perchè?Perchè poichè l'avevo disturbata,mi ha dato della "solita terrona":cafona, maleducata ed impertinente.No, questo le mie orecchie non potevano sentirlo...e gliene ho dette quattro (forse anche più di quattro!).Mi chiedo, può nel XXI secolo esistere gente "così "?Dico "così " perchè veramente non saprei come definirla!So solo che di fronte a queste discriminazioni, o forse sarebbe meglio chiamarli stupidi pregiudizi inorridisco!E so solo che questa terribile categorizzazione è espressione di IGNORANZA ASSOLUTA!Ma non vi preoccupate "con-terroni", ho saputo difenderci!E non mi si tocchi il mio Sud...

giovedì 17 aprile 2008

Compito 5

Il valore del contesto.


Ho sempre amato la matematica, forse perché appartengo a quel 10-20 % che “prende la faccenda come un gioco” o forse per una naturale predisposizione alla materia.Mi divertiva risolvere i problemi proposti, come se fossero giochi di enigmistica!Era una sorta di sfida con me stessa:un po’ di logica, qualche trucchetto che avevo imparato e dovevo riuscire a venir a capo della dimostrazione di un teorema!Ma mi rendo conto che la matematica, così come viene insegnata a scuola, possa rappresentare un ostacolo insormontabile.Difficile imparare a memoria una serie interminabile di formule da applicare meccanicamente al momento giusto!Ed è ancora più difficile comprendere il giusto motivo di quell’applicazione!Ma la matematica non è questo.La matematica non è semplicemente “il mondo dei numeri”.E’ un modo di approcciarsi alla realtà:è esemplificazione, schematizzazione, ricerca di un simbolo a cui corrisponde un preciso significato e che rende il linguaggio matematico un linguaggio universale:universale perché comprensibile a tutti, universale perché applicabile a vari contesti.Ma qual è l’importanza del contesto?Per comprendere l’importanza del contesto vorrei far riferimento ad uno dei grandi capolavori della cinematografia del Novecento:”Tempi Moderni” di Charlie Chaplin.In un’epoca di rinnovamento delle strutture sociali determinato dalla forsennata corsa alla meccanizzazione, Chaplin si impone con tenacia e personalità nella vita di fabbrica dove ormai non c’è più spazio per l’individualità.Ma senza il contesto, che senso avrebbero il celebre scivolamento negli ingranaggi delle gigantesche macchine rotative o il dolce balletto sui patini a rotelle?Ogni gesto del protagonista perderebbe il suo significato.La matematica è un po’ così.Se ci venissero propinate solo nozioni, non avrebbe senso e non riusciremmo a trovarne la giusta applicazione.