domenica 1 giugno 2008

Compito 8

I have a dream.


Benedetto De Bernard, illustre insegnante di biochimica, durante i 40 anni spartiti tra la cattedra e la corsia ha maturato l’esigenza sempre più urgente di un rinnovamento del sistema didattico nell’ambito della facoltà di medicina soffermandosi, in particolar modo, sulla riorganizzazione dei rapporti strutturali tra preside-docente, docente-discente e futuro medico-paziente.De Bernard sostiene che il docente non debba essere un semplice detentore del sapere della “propria” disciplina, ma un individuo capace di amare la propria materia e soprattutto capace di trasmettere la propria passione ai suoi allievi.Si tratta di una capacità che non ha nulla a che vedere con la preparazione e l’erudizione nella e della materia, che ben inteso dev’essere una proprietà irrinunciabile, ma di una capacità senza pretese, una capacità che possa creare nei futuri medici delle aspettative di dedizione al proprio lavoro e di umiltà nell’approcciarsi ad esso.Chi deve valutare i soggetti cui appartiene tale qualità empatica è il preside.Il preside è chiamato necessariamente alla conoscenza dei pregi e dei difetti dei componenti della sua “equipe” affinché possa creare un percorso didattico in cui ogni passo è maturato tenendo conto delle esigenze degli allievi.E che dire del rapporto docente–discente?Non si tratta di un semplice “rapporto professionale”, ma di un forte legame emozionale.De Bernard associa la facoltà medica all’immagine del tempio: così come il massimo sacerdote guida i fedeli nell’adorazione dell’oggetto di culto, il docente, attraverso l’arte divinatoria dell’empatia, guida la preparazione dei suoi allievi, di coloro che un domani entreranno in contatto con il malato.Si tratta di detentori di un sapere in una mente ben fatta, anziché ben piena per dirla con Morin.E allora bisognerebbe abbandonare la concezione della disciplina medica come materia clinica e scientifica socialmente sterile.La medicina è in primis una scienza sociale.Laddove per scienza sociale si intende la relazione tra quello che viene imparato e il modo in cui viene esercitato in rapporto agli altri, in particolare ai pazienti. Ma qual è il prototipo ideale di medico a cui si dovrebbe aspirare? Sicuramente un medico preparato e competente, ma immancabilmente attento alle esigenze del paziente. Un medico che non curi solo il corpo, ma soprattutto la mente: mai dimenticare che chi soffre nel corpo, soffre prima di tutto nell’anima.Il medico non è un automa: non è colui che applica fedelmente ciò che ha imparato durante il suo corso di studi; non è colui che di fronte ad un paziente sofferente si limita alla diagnosi della malattia e alla sua cura farmacologia; non è colui per cui il paziente è chi beneficia del suo lavoro.Il medico è colui che fa trapelare, nell’attenzione dei suoi gesti, la dedizione alla sua professione e soprattutto l’umiltà e l’umanità con cui la esercita.E proprio l’umanità deve essere alla base del rapporto di fiducia e di confidenza che si instaura (o meglio dire dovrebbe instaurarsi) tra il medico e il suo paziente perché solo così il medico potrà “scendere dal piedistallo” e abbandonare la freddezza e il distacco con cui si approccia al malato.Il malato deve potersi affidare completamente al suo medico.Le conoscenze acquisite diventano poco produttive se alla base manca il modo in cui impiegarle.Fondamentale è a questo proposito l’ambiente in cui viene formato il futuro medico perché l’umanità con cui il medico deve proporsi al suo paziente è la stessa che il docente deve dimostrare al suo allievo.E la passione con cui il medico deve esercitare la sua professione è la stessa con cui il docente deve spiegare la sua materia.Siamo stufi di assistere a lezioni noiose, e pertanto interminabili, ma non per via dell’argomento affrontato, quanto per la modalità di esposizione.Solo concetti.Ci vengono propinati solo concetti.Alla base l’incapacità del docente di “condividere” la passione per la propria disciplina con i suoi allievi, la mancata attenzione alle esigenze degli allievi, l’assenza di un’esperienza diretta, in corsia e a contatto con il paziente, sin dall’inizio. E’ necessaria, quindi, una svolta verso una “medicina dinamica”.Crescere nell’ambiente fin da subito significa appropriarsi di quella dimensione del saper fare e sviluppare quell’empatia che dovrebbero essere propri di un futuro medico.

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